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LA LEGGENDA DI SAN MARINO |
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La leggenda narra che ai tempi di Diocleziano (243-313 d.C.), grande imperatore romano (d'oriente) artefice della cosiddetta tetrarchia, la divisione dell'impero romano in due (occidente ed oriente) e di Massimiano (250-310 d.C.) imperatore d' occidente, giunsero ad Ariminum (l' attuale Rimini) Marino e Leo, due provetti scalpellini dalmati. La città romana era stata da poco distrutta dalle orde selvagge di Demostene, re dei Liburni, giunto dal mare. Nel 257 i due imperatori romani decisero pertanto la ricostruzione della città in rovine. In tal senso fecero chiamare da tutte le regioni d' Europa esperti nelle arti e costruzioni. Arrivarono una moltitudine di operai di tutte le nazionalità: Galli, Germani, Romani, Macedoni, Barbari ed ovviamente Dalmati. Ariminum divenne una città cosmopolita. Tuttavia in quel momento imperversava una sanguinosa repressione manu militari, indetta dallo stesso Diocleziano, contro i cristiani e la loro religione e tutti i simboli che la rappresentavano. Furono infatti trucidati molti innocenti (considerati all' epoca come facenti parte di una setta) e bruciati libri sacri.
Successivamente alla loro venuta sul territorio riminese, gli imperatori Diocleziano e Massimiano maturarono la decisione di inviare sul Monte Titano gli scalpellini onde potere estrarre e lavorare vari tipi di roccia autoctona. Lì rimasero tre anni. Tre anni di duro lavoro, 'dimenticati' sulle impervie sommità del Monte. Terminata la dura prova, i due compagni decisero di divedere le loro strade: Leo si stabilì con compagni sul Monte Feliciano (detto anche Monte Feltro), scavandosi nella roccia una cella, e costruendo con i compagni di viaggio e vita una chiesa in onore di Dio. L' insediamento così fondato prenderà, con il passare del tempo, il nome di San Leo. Marino scelse invece di ritornare a Rimini per non abbandonare i propri compagni. Fece di nuovo valere le sue abilità di incisore, costruendo in breve tempo, due mesi e mezzo, un pozzo. Ma non è tutto. San Marino era un instancabile lavoratore: mentre di notte gli altri dormivano, lui lavorava; laddove per compiere lavori di una certa difficoltà e gravosità occorrevano più uomini e buoi, lui li realizzava con il solo ausilio del suo prezioso asinello. Queste qualità fecero emergere la figura del Santo tra le tante degli operai presenti sui cantieri. Si andava dicendo che era aiutato direttamente dal Signore. Ed è questa la voce che si diffuse in tutta Europa, quando gli operai, a lavoro concluso, tornarono nelle rispettive dimore. Il Santo assumeva dimensione di esempio. Marino però rimase a Rimini; per ben 12 anni e 3 mesi, racconta la narrazione epigrafica. In questi anni continuò a professare la parola del Signore, ad infuocare gli animi degli ascoltatori, a convincere gli increduli, ad avvicinare alla fede ed al messaggio cristiano molti degli abitanti di Rimini. Da adesso il destino di San Marino è segnato. La sua notorietà è tale da attirare su di se sguardi clementi ma anche i frutti amari della rivincita del Male. Sicuramente ottima impressione fece al Vescovo Gaudenzio inviato da Roma a Rimini per evangelizzare e convertire i pagani: rimase impressionato dell' opera del Santo, prese a cuore la sua situazione. Il Male invece incarnava le spoglie di una donna, che sentite voci sulle azioni di San Marino, decise di tentarlo a commettere atti peccaminosi. Questa donna, che attraversò il mare Illirico, giunse a Rimini dalla Dalmazia, fingendo di essere la sua legittima sposa. Trovato Marino, tentò dapprima, di sedurlo. Ma non ci riuscì. Il Santo la respingeva ad ogni tentativo. Questa decise di coinvolgere le autorità romane, chiedendo al tribunale di esaminare le sue pretese oltre che per additare lo spiccato ruolo evangelizzatore di Marino.
Trascorsi 12 mesi immerso in un ambiente ostile, pieno di temibili fiere, patendo il freddo e la fame, alcuni porcai scoprirono il suo nascondiglio e ne divulgarono, in buona fede, l' esatta ubicazione. Appresa la notizia, l' infame falsa consorte accorse presso tale luogo per tentare nuovamente l' eremita. Marino con forza e coraggio si trincerò letteralmente per sei giorni e sei notti nella sua grotta, privandosi di cibo e vivendo di sola preghiera. Al sesto giorno la donna abbandonò il suo tentativo d' inganno, se ne tornò a Rimini, e pubblicamente confessò d' avere agito contro un Santo, contro cioè il Signore in persona, per volontà del Maligno. Non sopravvisse per più di un' ora dal momento delle sue rivelazioni. Il Santo riprese di nuovo la sua strada, sempre più verso l' alto del Monte; verso di una solitudine sempre maggiore. Giunto sulla sommità del Monte, costruì con le sue abili mani di scalpellino, così come Leo, una piccola cella ed una chiesa in onore del fondatore della chiesa cristiana: S. Pietro. Pronto era egli, come sempre, ad affrontare la vita serenamente e saggiamente.
Tuttavia altri problemi e prove stavano per ricadere
sul Santo. Un tal Verissimo, figlio della nobile donna e vedova Felicissima, proprietaria del terreno sui cui sorgeva il
Monte, non contento della indesiderata presenza di San Marino
andò a contestargliela. Venne infine un riconoscimento anche dagli uomini. Il vescovo di Rimini, Gaudenzio, udite le gesta di Marino e Leo, li convocò per esprimere loro profonda riconoscenza. I due accettarono e al termine dell' incontro, Leo venne consacrato sacerdote mentre Marino, diacono. Ad incontro terminato ritornarono alle rispettive vite di sempre. Ed è a questo preciso punto della vita di San Marino che si verifica la parabola dell' orso: rientrato sul Monte, un orso aveva sbranato l' asinello compagno di tanti lavori col Santo. Pieno di saggezza spirituale, San Marino comandò all' orso di sostituirsi all' asino, svolgendo di fatto pesanti ed umili lavori per il resto della vita. Purtroppo per lo scalpellino dalmata, stava per abbattersi sulla comunità cristiana un' ultima scabrosa prova. I seguaci del Cristo furono nuovamente messi in difficoltà e perseguitati per la oscura vicenda che narreremo:
In Rimini, un prete di nome Marziano, decise
di fare secessione dai dogmi ufficiali della chiesa cristiana,
creando di fatto un movimento eretico. Il vescovo di Rimini, Gaudenzio,
immediatamente si propose di combattere tale rivolta, minacciando
di scomunica i seguaci di Marziano. Disgraziatamente per Gaudenzio,
Marziano era imparentato con un altro Marziano, prefetto romano
della città portuaria. Ne seguì l' ennesima caccia
al cristiano. Gaudenzio si rifugiò a Forlì, mentre
San Marino proseguì la sua tranquilla vita di anacoreta
sulla vetta del Titano, immerso nella solitudine e contemplazione
del creato. Fu proprio in quei luoghi, avvolti da un alone di
fascino e mistero, che il 3 settembre fu richiamato dal Signore
e fu sepolto nella chiesa costruita da lui stesso. Di poco era
stato preceduto da San Leo.
Mentre la Repubblica di San Marino è universale depositaria di questo invidiabile primato nel mondo, essa condivide con altri grandi e leggendari Stati o civilizzazioni, una irrinunciabile caratteristica: quella cioè di dovere la propria nascita ad una leggenda, direttamente collegata con vicende sacre o quantomeno di diretta emanazione divina. É il caso dell' antica Roma, nata, racconta la leggenda, per merito di Romolo e Remo, figli di un Dio e di una comune mortale. Altro caso eclatante è quello dell' origine dell' impero cinese, che vede nella dinastia Zhou (XI secolo a.C.) il sovrano l'Essere detentore del Mandato Celeste: la sua carica rispondeva infatti al titolo di Figlio Del Cielo. Era considerato dai suoi soggetti figlio di Dio e pertanto godeva di diritti e poteri assimilabili a quelli di una divinità. Il caso dell' impero giapponese risponde ai medesimi criteri. Il penultimo imperatore, Hiro Hito, rappresentava la volontà di Dio in terra ed era di conseguenza equiparato a lui. Sicuramente la lista non finisce qui. Comunque sia, l' idea centrale ruota attorno al concetto del conferimento di autorevolezza e supremazia a chi governa, abbinata ad un' alone di timore reverenziale dei sudditi verso il sovrano. Inoltre i popoli che credevano di essere nati per volontà divina e pertanto investiti di una missione e protezione di pari natura, hanno sempre raggiunto obiettivi di notevolissima entità. Oltre ai su menzionati popoli, ricordiamo anche le vicende degli israeliti protagonisti dei racconti biblici dell' antico testamento. San Marino non sfugge a questa casistica. La volontà con cui i sammarinesi hanno difeso il loro territorio risente sicuramente di quest' influsso, visto l' imponente risultato raggiunto da un così piccolo popolo. Unica differenza di non poco conto è la natura ovviamente eccessiva delle leggende principalmente imperniate su manifestazioni dirette della divinità. L' esempio sammarinese risente invece di una maggiore credibilità poiché la vicenda narrata è quella di un comune mortale immerso in un uno spazio temporale - geografico certo. Un ultimo avvertimento è nondimeno utile. Le leggende, ben si sa, sono un misto di realtà storiche e racconti di fantasia e tradizione popolare, creati ad hoc per esaltarla ed amplificarla, spesso in relazione ad un' avvenimento che deve essere portato ad esempio. Sicuramente la leggenda del Santo Marino si rispecchia nei limiti delle leggende. La lettura appena resa della vita del Santo ci viene trasmessa nella cosiddetta Vita Sancti Marini, un testo agiografico con molta probabilità redatto verso la fine dell' anno 900, cioè praticamente 600 anni dopo le vicende che narra. Da qui possono nascere ovvie distorsioni dovute alle inevitabili labili memorie umane. Inoltre siamo a conoscenza di una decina di altri testi della Vita Sancti Marini scritti in epoche ancora posteriori alla fine del 900 (tra cui ricordiamo la versione stampata dai Bollandisti, una società di gesuiti belgi che aveva come compito lo studio e la pubblicazione della vita dei Santi). Anche qui nascono perplessità sul perché di un numero così elevato di versioni. Tra una versione e l' altra esistono notevoli divergenze. Pertanto, a quale versione credere? Per di più le vicende riportate nei testi, nella maggior parte dei casi scritti da monaci, non corrispondono appieno con la verità storica. Anche qui siamo vittime di ineluttabili vuoti di memoria magnificati dal tempo, di ricercate esaltazioni di fenomeni, della preparazione culturale di chi ha scritto i testi (basti ricordare che il tutto avviene in pieno medioevo) e di tanti altri fattori. Questo fa parte del gioco. Sicuramente la verità sta nel mezzo; e per capire la storia di un popolo occorre accettare con un pizzico di compiacenza anche le leggende, più o meno credibili, che questo ci offre, talora persino con fierezza. Le leggende, specialmente quelle che ci arrivano dalla notte dei tempi, fanno parte di quel nostro indispensabile patrimonio culturale. Il bambino a cui si racconta la favola prima di andare a letto può anche dubitare della sua veridicità, ma è soprattutto felice di potere sognare. Forse l' importante è proprio questo.
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testo Riccardo Bombardini
impag. Robert Gasperoni